santi protettori strani

Con la deprecabile risultante intellettuale di un cumulo di incomprensioni reciproche, certo non utili al processo di pace. In questa rigorosa ricostruzione storica e letteraria (non solo i vangeli canonici, è ovvio, ma gli apocrifi e altri scritti del suo tempo), Gesù si staglia nella sua umanità a tutto tondo, o quasi: mancano comunque notizie su alcuni anni della tarda giovinezza, anche se Contenti ipotizza un lungo viaggio in Persia, sulle orme dei magi, i sacerdoti del mazdeismo – religione dalla quale Gesù sembrerebbe profondamente ispirato nel concepire la sua rivoluzione contro la tradizione dell’ebraismo. Giovane, ma sa il fatto suo questo poeta che, mentre avverte il fastidio di convivere con “i potenti del mondo”, non ha paura di esclamare: “Talvolta questo accade, certo, e tu/ non ne hai né colpa né/ merito. Carmine Brancaccio, E la sera la calma paura dei gatti, Edizioni Eva, Stavolta il passo in avanti è notevole. Le prime cinque erano già presenti, come sezione inedita, nell’antologia curata da Amerigo Iannacone pochi anni or sono: Versi al succo di limone (che ne comprendeva settantacinque, incluso integralmente Laudano, il libro più rappresentativo del nostro autore, che occupava metà di quell’antologia). Appassionato lavoro da erudito, ma insieme atto d’amore per un’anima sorella: così potrebbe in sintesi definirsi questo lavoro encomiabile soprattutto per l’infinita pazienza che certo ne ha consentito la realizzazione. Il volume comprende in appendice, oltre il saggio da cui prende il titolo (uscito nel 1928), altri due interventi di Leibholz sullo “Stato totalitario” (del 1938) e sulla “teoria del fascismo” (risale al ’35), che insieme compongono un trattato di indubbio valore storico, da “considerare con rispetto” (sono ancora parole di Scalone). Nella successiva prova, appena un anno dopo, Quel flusso fur­tivo, quan­ta scal­trezza in più e quanta accortezza fanno più am­pio lo spettro e­spres­si­vo e più coscien­te il rapporto con la vita, l’arte, l’io stesso di poeta proteso a co­noscere, e a conoscersi. mi sorpassano le ore, i giorni, a destra, a sinistra, irriverenti…” (in “Tempus fugit”). Inserisci il PIN, Guida. Inutile andare in cerca di ascendenze (che pure ci sono, ci sono e si potrebbero individuare nella scabra scansione e nella rarefazione della parola che lega Ungaretti e Caproni, fra gli altri) – ma Rodolfo Di Biasio in questi Poemetti elementari si dimostra appunto “elementare”, e così vuol essere, probabilmente. Eppue ci nutrono i sogni e ci irridono le cicale spensierate: destino ci affratella di essere insoddisfatti e correre comunque verso dove… Viva la luna, infine, finalmente discreta, che non vuol turbare il sonno senza sogni di quei tanti “poveri cristi”!… Il disincanto di chi sa e sente vicina la meta permette di guardare ad un “anno nuovo, vita nuova” senza dimenticare e senza negare “diari risaputi”: domani chissà se davvero sarà nuovo, difficile dirlo ma difficile più ancora è fingere di crederci davvero. Al doppiare la boa dei 40 – e giunto alla quinta pubblicazione personale di poesia – Stelvio Di Spigno (si) racconta (a) se stesso. La generale delicatezza espressiva di questa silloge che Pina Scotti dedica ai “suoi ambienti” è minata comunque da sottili con­tra­sti, ver­bali (alcune ardue scelte lessicali) e psi­cologici insieme: amore e morte, vita e mor­te. La dedica “a nostro padre che ci ha lasciato in eredità l’amore per la nostra terra”  può intendersi come testimonianza di affetto per il genitore e pure per la terra genitrice. Una distrazione nella quale non ha avuto piccola parte il pudore, un’altra delle qualità di Lucilla, l’onesta ritrosia di chi sa – per avere conosciuto e frequentato in mezzo mondo disparate esperienze d’arte e di vita – quanto sia facile esprimersi e rischiare di essere fraintesi. Non è un libro di fronzoli: La casa nuova è pronta ad ospitare i visitatori che vorranno incontrare Lorenzo Ciufo, ma non è per incontri occasionali – qui, chi entra, sappia che l’accoglienza è dignitosa, composta, complice, anche, ma non banalmente ricettiva, nient’affatto domestica… non venga a bussare a questa porta chi si aspetta dal poeta la facile consolazione della parola. Andrea Cortellessa, Le notti chiare erano tutte un’alba, Mondadori. Sappiamo che il narratore sa proprio tutto e ci aspettiamo che ci freghi in qualche modo. Mariano Coreno, Un albero per ombrello, Edizioni Eva. Una “indecorosa disfatta della letteratura e più in generale della cultura della tradizione”… favorisce oggi Vasco Rossi contro Cesare Pavese, per dire di modelli ancora vicini – figurarsi i “classici”! Malgrado la retorica di qualche vezzo linguistico, la poesia di Monica Osnato sa di poter continuare ad abitare presso di noi: “Impermanenze” è un titolo ambiguo (oscilla tra ossimoro e tautologia! Nulla a che vedere con il delicatissimo e insieme struggente omonimo racconto di Maxence Fermine, ma si fa leggere con trepida attenzione Neve di Renzo Cremona, anzi neve, poiché scrive sempre in  minuscolo i suoi titoli… E comunque, non si smentisce: la sua scrittura è al solito molto controllata, su un piano si direbbe parallelo a quello che ci si aspetterebbe da un narratore. Il libro di Vincenza Fava merita di essere letto, per qualche sorpresa che regala e per altri doni che lascia scorgere: è difficile giudicare un autore da un libro soltanto, ma questi Deserti di mare fanno venire almeno la voglia di saperne di più, dell’autrice, del suo lavoro (peraltro, la sua scheda biobibliografica appare piuttosto interessante, poliedrica negli interessi artistici). Chiodo piantato ben fermo nella nostra testa, la fan­ta­sia fa perno nei nostri sogni e si avvita fino a penetrare il cuore, fino a sfondarci il petto per la brama di uscire, fino ad incontrare, all’orizzonte del no­stro orizzonte, nuove ma­ri­ne remote, altri lidi, approdi instabili ep­pure agognati con sete ine­stin­guibile di naufrago che ha creduto nel de­stino. “Ho il tuo cuore per nascondiglio” – fra i tanti riferimenti alla triste e dolorosa realtà (Beslan e Madrid, Najaf e Gerusalemme), ci si vuole scoprire ancora capaci di sentimenti genuini, portatori di valori irrinunciabili: “voglio amarti con le mie diffidenze” – è impossibile dimenticare la profezia di una nascita solare e una sorte scritta sulle pietre calde ove il mare accarezza un ospite/messaggero. Lino Di Stefano, Pirandello ottant’anni dopo, Edizioni Eva, Lo stesso autore di questo libro si chiede se abbia senso “ancora un libro su Pirandello, visto che la letteratura sul grande Agrigentino è sterminata…” – ma “utile senz’altro sì”, risponde e costruisce un personale percorso di rilettura dell’amato Agrigentino, al quale peraltro aveva già dedicato cinque libri in venti anni (l’ultimo alla fine del secolo scorso). Forse “sulla via di Damasco” il poeta è rimasto accecato proprio dalla visione di sé, di un sé migliore che lo ha chiamato a lavorare con lo slancio più deciso di cui aveva bisogno la nuova creatura in gestazione: la poesia adulta si misura dalla volontà con cui la si pratica e la si propone – Leone si è fatto ormai davvero leone, sa come sbranare il lettore distratto, sa come catturare proseliti al suo stile. “Cura l’educazione dei bambini perché trovino con coscienza un posto nella società”: questa la sua lezione, ahimè sempre attuale, e non solo in Turchia. Occorre infatti prestare attenzione, senza farsi prendere dalla trama (peraltro essenziale, a volte quasi inesistente): qui conta la parola, il suo manifestarsi, più che il divenire della storia, per lo più appena accennata, un pretesto per esercitarsi, per raccontare un’unica storia: quella di Sandra innamorata dell’amore. Poiché si può sempre “fare di più”, ma in tutta onestà noi “Facciamo di più?”. Ma chi lo usa ne ha bisogno per una sua interna esigenza di misure e non gli si può imputare altro che la sua libertà (a meno che non debba proprio rappresentare, quel cadere dei versi, il rischio continuo che sta sotto i nostri passi di uomo, spesso incauti o malaccorti). Può la poesia farsi voce di un’anima inquieta, di una mente indagatrice – può mettersi al servizio di un’idea? Alla fine il libro suo l’ho costruito io. Gli “spiriti liberi” del testo successivo sono gli amici del poeta (e si chiude questa specie di prologo anche se non è segnato come tale), spiriti liberi sono i dedicatari ideali di un libro di poesia, quelli “che non prendono né danno lezione…” perché il poeta ama quelli che non sanno “vivere senza creare”, quelli che lanciano messaggi alle stelle, ai gabbiani… Infine, “Infiniti ritorni”, che è uno dei testi fondamentali di questo libro, perché (paradosso/ossimoro del titolo) dà misura – ancora – di un viaggio che è un ritorno senza partenza, come appunto è la poesia (lo scrisse anche Caproni, una volta): continuamente rientriamo in noi, a scoprire che stavamo là, illusi di aver conosciuto il mondo che era solo il nostro specchio. Pur professandosi ateo – ma appassionato lettore di testi sacri – l’autore di Gesù. Se avesse voluto scrivere un’epigrafe personale, sintetizzando il senso dell’operazione poetica compiuta in questo suo quarto libro di versi, Filippo De Angelis avrebbe potuto usare la chiusa della poesia (quasi) eponima, che in effetti apre il libro: “Viaggio”: “non sono mai mute le orme del passato” è una chiave passepartout da tenere in seria considerazione per leggere questa prova lirica di un inguaribile sognatore. “Anno di un domani incerto” si augura “ricordami ancora di quei giorni […] quando le speranze erano acerbe e i sogni maturi”. Pasquale Cominale sta per compiere 60 anni, e intanto celebra i 40 dalla prima pubblicazione di poesie. Ma Vento di fuoco non è un romanzo storico, non solo: le intenzioni dell’autore probabilmente sono anche storiche (una rilettura di eventi ormai lontani, col cannocchiale rovesciato, si potrebbe parafrasare), però c’è pure un po’ di biografia familiare e c’è comunque una consapevole analisi sociologica. La poesia di Monica Osnato graffia i sensi perché nei sensi è incisa – è senso, quasi sempre, e cerca “corrispondenza di amorosi sensi”, magari non proprio alla maniera foscoliana. Cinquantasei le poesie presentate in  questo volumetto della nuova coraggiosissima editrice “deComporre”, cinquantasei stazioni sulla via del possesso di sé, che ci si augura sia sempre più convinto, e poeticamente convincente. Michelangelo: “Più mi convince il dolore che il genio”. Analisi cognitivo-comportamentale dei disegni letterari…, L’Orientale Editrice. Nell’oceano di immagini e distorsione massmediatica che è diventata la nostra società, nel pullulare di banalità spacciate per verità di fede, nel pericoloso revisionismo che vorrebbe addirittura negare l’evidenza storica, è ancora necessario interrogarsi sul passato, rievocando in primis gli episodi fondanti della storia locale. Il senso del tempo che passa è evidente, sottende quasi tutta la silloge, costruita proprio sul rapporto prima-oggi (doloroso anche se non privo di ironia). può essere superato se si riesce a cogliere della vita gli aspetti meno compromettenti, quelli che non ci spingono a domandarci continuamente chi siamo, per non arrivare davvero alla triste e paradossale conclusione che “solo il suicida possiede veramente la vita!” La Verità è inattingibile dalla ragione” – farsi una ragione di questo assioma sarebbe già una conquista: non si può conoscere “origine e destinazione” dell’uomo, tanto vale rassegnarsi ad essere quel che si è – signori del mondo conoscibile, e non è poco. È più facile parlare di ieri o di oggi? A te io mi affido”. Quanti sanno rispettare i propri simili, in nome e per conto di un progresso che è spesso un cumulo di soprusi e sopraffazioni, quanto diverso dalla comunione che un tempo faceva crescere insieme, secondo i meriti di ciascuno, tutti coloro i quali avessero voglia di lavorare? Senza enfasi da protagonista, ma con la pacata intensità che gli è congeniale, della sventurata città di Mostar può dire: “la amo: non una riva sì e l’altra no, ma tutta” (ed è certo da condividere, chi voglia resistere al male della guerra, alla stupida cecità di certe guerre, ancora). Bastano poche poesie per dire chi è un poeta? È il miracolo della parola che si partecipa e viene fruita profondamente se parla una lingua comune. Il libro si legge – come un giallo che si rispetti – tutto d’un fiato, ma poi viene voglia di rileggerlo, per meglio assaporarne le pagine più dense dei sensi intensi dell’umanità che vi è rappresentata. La credibilità poi è nella capacità di muovere le corde dell’animo, di accendere nel lettore la voglia di partecipare al gioco. Il laboratorio del fare è interdetto a chi non sappia o non voglia o non riesca a manifestare disponibilità d’animo. La crepuscolare ammissione di “scrivere versi che non piaceranno” (in “A ben guardare”, che inizia con “una finestra sul mare” di chiara derivazione) è superata nella consapevole maturità acquisita frequentando ben altre scuole. Di comprensione e di tolleranza, ma pure di sdegno e sia pure contenuto anche questo in una superiore capacità di accettazione. È chiaro alla fine che non solo d’amore si tratta, di quello dei sensi, dei sentimenti, di quello che normalmente consideriamo tale, ma L’Amore che non muore di Luciano D’Agostino è universale, è l’amore per la vita, per il mondo, per l’umanità che ci circonda, che siamo, tutti. Perciò il rifugiarsi continuo nei paesaggi amati, luoghi del presente e luoghi della memoria, ma tutti ugualmente ac­carezzati con lo sguardo di mamma bambina che le è rimasto, in qualche modo ‘fanciullina’ (se si vuole scomodare Pascoli) e ‘crepu­scolare’, anche, malgrado certi scatti addirittura surrealisti, nella sua versificazione più recente. In questo libro si avverte, rispetto alle prove precedenti, una più accorta manipolazione della materia lirica, un approccio più deciso e convincente alle forme. Per­ciò, sia pure con ritmo ral­lentato rispetto ai primi anni della sua car­riera letteraria, continua a scrivere ed a pub­blicare – otto libri di versi in sedici anni sono comunque una buona media, tenuto anche conto che la Scotti non firma soltanto testi poetici, ma si occupa di saggistica storica e critica d’arte. Amarezze? La scelta di don Ferdinando come narratore di questi “morti” appare particolarmente azzeccata. Manca però la “bontà”, all’inizio, che avrebbe degnamente aperto la silloge – e chi conosce l’autrice, la sua disponibilità e la sua dedizione al mondo dell’arte, sa che è una delle sue più vive qualità. Fellini è una felice sorpresa, sul terrazzo di una torre gemella l’11 settembre di un anno che non si può dire – ma si può ricavare da un’altra citazione di cronaca, esplicita questa, che rimanda alla vittoria dell’Italia nel mondiale di calcio (quindi al 2006). è proprio il caso di dirlo – rappresentare i reietti e gli offesi, i diversi e gli oppressi che vediamo ogni giorno, o dei quali abbiamo notizia. Il piccolo libro appare nella collana “Tarsie” delle Edizioni Il Labirinto. Così Di Nitto si arrovella e si arrampica in cerca di un ubi consistere più soddisfacente. È lui che costruisce nuove formule per aderire allo stile che ha voluto imitare. Dal grigiore dei giorni, da un “grigio bozzolo im­poetico” (co­me scrive Laura Bu­scemi nella sua Nota) esce im­prov­viso un “volo di farfalle”… Dalla mono­tonia del quotidiano, subita, rassegnata e in qual­che modo in­fine protettiva, ci si sor­pren­de ca­sualmente ad u­scire, per vi­vere e possedersi – consape­vole rischio, e meta­mor­fosi – in un vo­lo della fanta­sia che accende e appaga i sen­si, risco­per­ti vi­vi, frullo d’ali che affa­scina e convince; e subito si de­si­de­ra offrirsi – malattia (e sal­vezza) di poe­ta, riconoscersi in colui che leggerà – in dono a chi sappia com­prendere, ac­cet­ta­re e condivi­dere l’in­cantesimo nuo­vo. Chi conosce l’autore, trova in questo prezioso libretto (peccato, appena 32 poesie, a costituire comunque una trama di forte coerenza tematica) le espressioni più alte del suo dire e il messaggio più attento: “Se ti do i miei anni allora tu moltiplicali a festa”. Ma la padronanza del ritmo in prosa, la scansione del periodo e della frase, nel variare della lunghezza del racconto e a seconda dell’esigenza creativa, indicano una consapevolezza di autrice che va a segno colpendo non soltanto l’immaginazione del lettore, ma la capacità di cogliere le cangianti sfumature del dire. Ma se si avverte il bisogno di dirlo, di sottolinearlo, di ricordarlo, un motivo senz’altro c’è ed è evidente nel testo stesso, che è un elenco di funzioni che la poesia ha (o si pensa che abbia o si suppone che posa avere) “genuina e verace, mai sazia e mai fino in fondo capace…”; “non la puoi abbandonare come un cane fedele lei torna…”. Cresce la costruzione dell’opera poetica, e non solo (esemplare il suo lavoro critico su Le memorie della mia vita di Leopardi) dell’ancora giovane Stelvio Di Spigno. [488] Mario Elisei, Il no disperato, Liberilibri. Esce direttamente con traduzione in greco nel piccolo formato della collana i colibrì, questo libretto di un giovane (ma non tanto) ed esperto già poeta dei sentimenti. Dai fatti alle parole è una delle ultime pubblicazioni di Filippelli: è stato uno scrittore totale, che ha dedicato la vita alla parola scritta, non solo scrivendola, ma curandola e raccontandola, promuovendola, insegnandola… Sempre. In definitiva, conviene fidarsi e seguire lo svolgersi del libro, nelle sue sezioni, nei suoi capitoli, nelle sue visioni, nella suadente scrittura di un’autrice ormai giunta a livelli di sicura consapevolezza e pertanto in grado di stupirci e commuoverci, come una “funambola”, che in un gioco estenuante rischia di smarrire le regole, eppure sa che “strali sono le parole ed hanno la mia inermità ferito a morte”… Non si può smettere, una volta avviata la ruota, di giocare aspettando il numero buono. Ambiguità di un titolo: il tempo non si ferma; possiamo provare noi a fissarlo sulla carta (Svevo sempre docet! Intanto: “Non stringere troppo le ciglia / lascia un piccolo varco / se l’anima volesse un poco uscire”. La riflessione leibholziana sullo stato fascista raccolta in questo volume si presenta ancora come un utile strumento di analisi e pure di approfondimenti polemici, in quanto punto di vista esterno, per quanto fortemente interessato. Qui è lui che si comunica. Memoria del tempo che fu, Edizioni Eva, Nicola Napolitano continua a scrivere nella sua nota biobibliografica che è “nato da una famiglia di agricoltori. È una cronaca, un diario privato – sia pure ad usum… beh, chi vuole, magari vien voglia di andarci a fare una passeggiata, lassù; ma è un diario di quelli che (una volta scoperti e resi pubblici) consentono di aprire una finestra e pure un portone, sul mondo che c’è. E colpisce la continuità, l’omogeneità di ispirazione, di espressione che potrebbe essere un pericoloso segnale di lirica monocorde, nel perenne guardarsi allo specchio del sogno (dichiarato) e dell’autoascoltarsi (tra l’accidia dell’inetto e la perfidia del sadico) – ma è invece, la compattezza stilistica che fa dei vari libri di Sandra Cervone un monobiblos, è un segno di orgogliosa affermazione di un io testardo a rincorrere l’io più vero dove è anche più difficile consistere: fra le spine del dolore, nell’oblio del dolore, quando il canto è “movimento arduo / e amaro” e la pace è “desiderio sussurrato / a fior di spine”.

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